“Scacco matto!” , Santiago de Chile – giorno 27 (2)

Questa è la seconda parte dell’articolo sul nostro ultimo giorno a Santiago. Se te lo sei perso, prima di continuare su questa pagina, FAI CLIC QUI

Dopo la delusione provata leggendo i messaggi, rimaniamo nella piazza a gironzolare tra le palme che ne circondano il perimetro, fermandoci di tanto in tanto a osservare i passanti, più per distrarci dai nostri pensieri che per un interesse vero e proprio nei loro confronti. I nostri occhi vagano tra i molti volti ignoti, alla ricerca di qualcuno familiare, qualcuno tipo Agathe e Anais. Ci risiamo, ancora loro… È piuttosto improbabile, in una metropoli di 7 milioni di abitanti, incontrare due persone senza essersi dati appuntamento. E infatti, ovviamente, non incontriamo le due ragazze. Non riesco a togliermele dalla testa in nessun modo, anzi, più cerco di farlo, più questo pensiero si intensifica. Come un ritornello di una canzone che echeggia continuamente nel cervello.

Ci sediamo in un bar tipicamente cileno, un luogo che si può trovare solo qui, a Santiago: Caffè Pascucci. Ovviamente ero ironico. Stessi mobili di quello del porto di Riccione, stesse tazzine di ceramica bianca con stampato al centro il logo dell’azienda e la grande “P”, stesso caffè, stessa offerta. Se non fosse per il menù in spagnolo e mi svegliassi qui senza sapere niente sulla mia posizione, probabilmente mi sembrerebbe di essere in Viale Dante. Che bella cosa, la globalizzazione. A questo punto, se dovessi trovare una piadineria, una di quelle tipiche casette dipinte a strisce verticali rosse e bianche, di quelle che affiancano qualsiasi strada romagnola che si rispetti, non ne rimarrei poi così sorpreso. Anzi, a dire il vero, mi sorprenderebbe di più il contrario. Per stare leggero ordino un milkshake alla fragola (perché proprio alla fragola, non ne ho idea), talmente ipercalorico che potrebbe benissimo sostituire la cena, poi mi siedo in uno dei tavolini all’aperto, insieme a Checco. Il milkshake ha il sapore dolciastro e stucchevole di una medicina per la tosse, o di un’enorme caramella Haribo, o di una caramella Haribo sciolta in una medicina per la tosse. Sarebbe stato meglio se avessi preso un semplice caffè.

Di fronte al bar, lungo uno dei quattro lati della piazza, sono disposti ordinatamente vari tavolini, attorno ai quali si sono raggruppati diversi signori. Curioso, li guardo attentamente, mentre finisco faticosamente il mio milkshake, con la stessa espressione sprezzante di un astemio di fronte a un bicchiere di Assenzio (anche se non c’è poi bisogno di essere astemi per non gradire l’assenzio, forse questa è l’unica cosa che ho in comune con loro). Osservando la scena mi accorgo che alcuni dei signori, pochi, sono seduti su delle piccole sedie; gli altri, un gruppo di una ventina posizionato in circolo, sono tutti in piedi, ma con il viso rivolto verso il basso, come se stessero studiando il suolo o le loro scarpe. Ogni tanto un’esclamazione si leva dalle loro bocche. Cosa stiano veramente guardando, da qui non riesco a capirlo, ma sembrano tutti contemplare qualcosa con una certa intensità. Butto il mio milkshake e mi avvicino, lasciandomi il bar alle spalle. Sbirciando oltre le teste ammassate noto che su ogni tavolino c’è una scacchiera, e che seduti, uno di fronte all’altro, due per ogni postazione, ci sono i rispettivi giocatori. Stanno disputando un torneo di scacchi. Sinceramente speravo a una cosa un po’ più emozionante, tipo un combattimento tra galli o qualcosa di losco e tipicamente sudamericano, e ne rimango deluso. Ma per Checco, grande appassionato di scacchi, questo è il paradiso. “Non vorrai mica metterti a giocare, guarda che questi fanno sul serio”, gli dico. “Anch’io faccio sul serio”, mi risponde lui, infervorato. “Ma abbiamo altre cose da fare…”, ribatto. “Tipo?”, mi chiede Checco. Ci penso un po’ su, poi realizzo che in realtà non abbiamo niente da fare e taccio definitivamente. Discutere sarebbe inutile, Checco hai già preso la sua decisione. Paga la quota e inizia la sua prima partita, affrontando un anziano cileno. Provo a seguire un po’ il gioco, ma dopo pochi minuti mi stanco e mi siedo lontano dalla folla. Per me seguire una partita di scacchi è emozionante come osservare una parete spoglia.

Oggi mi ero svegliato con l’idea di passare la giornata in compagnia di due bellissime ragazze francesi, ora mi trovo ad osservare il nulla seduto su una panchina di Santiago, con la sola compagnia dei piccioni e dei cani randagi, aspettando che Checco si stanchi di giocare, che è un po’ come aspettare che io smetta di bere quando c’è l’open bar. In tutto questo, Ballo è sempre in ostello. Beato lui. Poi penso che tra meno di 24 ore sarò nuovamente su un aereo per l’Italia, e tra qualche giorno tornerò alla routine di sempre. Sono sul punto di cadere in depressione, quando controllo il telefono e apro Instagram, collegandomi al Wi-fi del Caffè Pascucci. Apparentemente sembra il solito Instagram: stesse pagine, stesso meme del mese, stesse foto in costume (anche se siamo ormai a ottobre), stesse storie delle stesse persone. Poi, però, noto una differenza nel numero dei messaggi. Apro il direct, il battito cardiaco accelera come una progressione da duine a quartine. Agathe! Mi ha scritto Agathe! MI HA SCRITTO AGATHE! Il mio cuore suona impazzito come la grancassa di John Bonham. Con le dita che fremono controllo il messaggio: è l’indirizzo della sua posizione. “Raggiungeteci quando volete, saremo qui fino a sera”. Digito il testo su Google Maps: è un parco a qualche chilometro di distanza, ma ben raggiungibile con la metropolitana. Secondo Google, dovrei impiegarci più o meno mezz’ora.

Euforico come un bambino la mattina di Natale, corro a dare la notizia a Checco. Lo trovo dove lo avevo lasciato, ma ora, a differenza di prima, di fronte a lui siede un altro signore, che faceva parte del pubblico quando mi ero avvicinato. A giudicare dai pezzi rimasti sulla scacchiera, la partita sembra quasi al termine. Per fortuna. Visto che non vorrei rompere il silenzio profondo che ci circonda, simile a quello rispettoso che aleggia sul centrale di Wimbledon durante gli scambi di Federer, non apro bocca. Reprimo a fatica le parole che vorrei rivolgere al mio amico, come se si trattasse di un segreto che lo riguarda, e attendo ansiosamente che uno dei due faccia scacco matto. “Scacco matto”, pronuncia tronfio Checco, dopo pochi minuti. Stringe la mano all’avversario tra le esclamazioni, probabilmente deluse, degli altri signori attorno, ma non si alza, rimanendo chino verso la scacchiera e i pezzi rimasti in piedi nelle rispettive caselle. Mi congratulo con lui, non tanto per la sua vittoria, quanto per la sua velocità nel concludere il match, poi gli rivelo tutto. “Agathe ci aspetta, andiamo!”. Alza gli occhi dai pedoni con un’aria indifferente, corrugando il viso in un’espressione di disturbo. Lo stesso sguardo con il quale ti gelerebbe un alcolista, se gli facessi notare che il Jack Daniel’s ha 40 gradi e fa male al fegato. Più o meno come se stessi rivelando enfaticamente i risultati della Serie A, con annessi i gol e gli Highlights, a una persona che si interessa così tanto di calcio da pensare che Totti sia ancora un giocatore della Roma. Insomma, in questo momento, a Checco di Agathe, assorto com’è nella sua attività preferita, non importa nulla. E infatti non dice una parola, ma mi basta guardarlo per capire che da lì non se ne andrà presto. Più o meno assomiglia ad un ludopatico mentre contempla lo scorrere dei limoni e delle arance sullo schermo della macchinetta. Povero Checco, l’abbiamo perso. Questa volta insisto, cercando di farlo ragionare. “Sono due ragazze bellissime! Da quando le abbiamo lasciate, dopo la serata trascorsa nel deserto, non abbiamo fatto altro che parlarne. Non te lo ricordi?” Evidentemente no, visto che le mie parole esercitano su di lui la stessa eccitazione che le sue mosse di scacchi esercitano su di me. “Checco! È la nostra ultima sera, approfittiamone.Silenzio. “Preferisci stare qui a giocare a scacchi con dei vecchi?” Questa volta ho colpito nel segno, perché finalmente alza lo sguardo e mi osserva, mentre cerca di elaborare una risposta appropriata. “Ma quale risposta! Alzati e vieni con me!”, penso internamente. Checco apre bocca dopo qualche secondo No, non vengo, ora. Preferisco stare qui, ma tu vai, se vuoi, al massimo ti raggiungo…Non ci posso credere. Checco mi ha sorpreso diverse volte in questo viaggio. Ha lasciato un piatto parzialmente pieno al ristornate perché sazio, quando normalmente divora tutto senza problemi, ha camminato a 5000 metri su e giù per le Ande, quando non era nemmeno mai stato una volta a fare trekking sul Cimone, ha sopportato il freddo glaciale della Bolivia, quando in Italia d’inverno si lamenta per un centimetro di neve. Ma preferire gli scacchi a due bellissime ragazze francesi… Questo proprio non me lo sarei MAI aspettato da lui. Come se De Rossi andasse a giocare nella Lazio. Anzi, come se De Rossi diventasse il CAPITANO della Lazio. E la cosa strana è che Checco non ha nemmeno avuto il bisogno di pensarci, di rifletterci. È stata una cosa spontanea, naturale.

Foto di me (a destra) e Checco (a sinistra) quando ancora eravamo amici, scattata all’interno della teleferica di La Paz, qualche settimana prima

Mi ricompongo e mi allontano, in direzione della stazione della metro. Lui mi ha detto che se voglio andare, anche da solo, sono libero di farlo. Bene, è quello che farò. Andrò a incontrare Agathe e Anais da solo. Per correttezza scrivo a Ballo, anche se non so quando riceverà il messaggio, visto che in ostello è da stamattina che non va la luce, e di conseguenza internet. Se non vedrà il messaggio, ci penserà Checco ad avvisarlo, e a quel punto penso che non ci vorrà molto perché Ballo decida di raggiungermi. Ma può anche essere che Checco non torni in ostello prima di sera, fermandosi a giocare a scacchi ancora per qualche ora. In pratica non siamo mai stati così distanti l’uno dall’altro come lo siamo adesso, ognuno in una parte diversa della città, ognuno immerso nei suoi pensieri. Io comunque sarò senza connessione per un po’, almeno finché non troverò un nuovo Wi-fi. E non credo che ne troverò uno nel parco dove mi aspettano le ragazze. Per un tempo indefinito non avrò nessun modo per mettermi in contatto con gli altri due. Né whatsapp, né messaggi. Sono completamente irraggiungibile, come se non avessi il telefono. Devo ammettere che è una bella sensazione. Prima di isolarmi completamente, però, scarico il percorso di Google Maps per essere sicuro di non perdermi in città. Fatto questo, lascio la piazza e inizio a scendere gli scalini della stazione della metropolitana. Qualche metro più in là di dove sono ora, sulla superficie sopra alla mia testa, Checco continua imperterrito a giocare a scacchi. O forse ha smesso e ha deciso di seguirmi, o si è diretto verso l’ostello per riunirsi con Ballo. Tutto questo è possibile, ma non lo saprò mai con certezza. Mi volto per controllare, ma Checco non c’è. Lui mi ha detto che se avessi voluto andare dalle ragazze, anche da solo, lo avrei potuto fare. Ora ho la certezza che lo sto facendo. Agathe, Anais…Sto arrivando!

Di quello che succederà con le ragazze ne parlerò nel prossimo articolo, stay tuned…

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