Perdendoci nella giungla – giorno 21 (1)

Puerto Maldonado, Amazzonia peruviana – 23 settembre 2019

Quando l’effetto esaltante delle birre svanisce, la stanchezza, che nonostante la giornata impegnativa non si era ancora manifestata, invade il nostro corpo con una forza implacabile, come se avesse sostituito il sangue all’interno delle vene, scorrendo tra un arto e l’altro come un fiume in piena. All’improvviso, come lo schermo di un pc che si scurisce e impedisce la vista delle immagini proiettate quando viene spento, anche noi entriamo in modalità standby e perdiamo interesse verso qualsiasi cosa che stiamo facendo. La musica torna a essere quella di sempre, ovvero il solito reggaetton insopportabile da discoteca, del fuoco rigoglioso rimangono solo i tronchi più grossi, mentre tutto il resto si è ormai trasformato in cenere. I miei occhi stanchi rimangono a fissare ipnotizzati le ultime braci per qualche minuto, poi, spinto da una forza istintiva, mi dirigo nell’abitazione, muovendomi verso la stanza come uno zombie attratto da un cervello.

Dormo senza problemi fino al mattino. L’unico segno della festa della notte precedente (se ti sei perso l’articolo clicca qui) è il mal di testa dovuto all’alcool di troppo, martellante e fastidioso, come se la mia nuca si trovasse incastrata, ai lati, in una pressa idraulica. Anche Ballo e Checco, a differenza di ieri, per via del sonno incontrollabile, hanno passato una notte tranquilla, dimenticandosi degli insetti notturni che popolano queste zone, che questa volta non si sono presentati (a giudicare dal pavimento). Forse anche loro sono stati attratti dal falò della festa di ieri, chissà, del resto dev’essere stato un evento piuttosto unico per tutti. Bevo un po’ d’acqua dalla borraccia, che assaporo come se fosse champagne di alta qualità, ed esco sulla veranda a prendere una boccata d’aria. L’amaca sulla quale mi sdraio penzola a una decina di centimetri da terra, dondolando da destra a sinistra ininterrottamente, con una regolarità tale da sembrare un pendolo di un orologio. Anche se lieve, questa situazione di instabilità, simile a quella che si prova quando ci si trova a bordo di una barchetta che riposa su un mare agitato, non fa altro che aumentare il mio mal di testa da post-sbornia. Scendo e mi metto a fare due passi lungo il vialetto che si snoda lungo il giardino, tra i pappagalli che mi guardano con aria divertita e investigativa, come a volermi dire “So quello che hai fatto ieri sera”. Ah, si? Allora raccontamelo, perché piacerebbe saperlo anche a me… Checco e Ballo mi raggiungono nel refettorio per la colazione, con due facce decisamente più in forma e riposate della mia. In realtà non mi sono ancora guardato allo specchio, ma posso benissimo immaginare le mie condizioni. Mi basta osservare le occhiate degli spagnoli che mi guardano un po’ perplessi, per non dire quasi sconcertati, per trovare una conferma a questo mio sospetto. Beh, c’è da dire che anche loro non scherzano, ma per loro fortuna, o forse si tratta più di furbizia, hanno tutti gli occhiali da sole indosso, come se fossero usciti dal cast di “men in black”. Quindi la parte dell’alcolista del gruppo oggi tocca a me, penso. Vabbè, non è sicuramente la prima volta, anzi credo che ormai io ci abbia fatto l’abitudine, non ne vado sicuramente fiero, ma ritengo che mi venga abbastanza bene tutto sommato…

Finita la colazione gli spagnoli di dileguano nei loro bungalow, mentre noi ci prepariamo per l’ultima gita in Amazzonia. Oggi ci riuniremo nuovamente con Bryan ed “El Capitan” ed andremo a visitare un “rescue centre”, ovvero un centro di recupero. Ah, proprio quello che fa al caso mio. Certo, avrei preferito frequentarne uno in Italia, ma va bene, probabilmente dopo ieri sera, e dopo aver visto le mie condizioni stamattina, avete pensato che fosse giusto così, non potevamo perdere alto tempo. No, scherzo. È un centro di recupero per animali. Mi spiego meglio. Detta molto brevemente e in modo che potrebbe suonare un po’ rozzo, è uno zoo per gli animali della selva che sono stati salvati dalle mani di narcotrafficanti, ai quali viene fornita assistenza per un certo periodo di tempo. Tutto chiaro? Bene.

I due ci aspettano a bordo della solita lancia, sulla quale montiamo senza problemi. Entrambi sembrano un po’ provati dalla notte trascorsa. Gli occhi del capitano sembrano quelli di un peluche inanimato: sono fissi, orientati verso un punto indefinibile del rio, ma sembrano piuttosto vuoti, assonnati, quasi stessero cercando di mettere a fuoco un’immagine lontana, ottenendo pessimi risultati. Regge il timone con meno forza del solito, come se stesse impugnando il gambo fragile di un fiore. C’è, ma non ci fa. “Demasiada cerveza, capitan”. Troppa birra, comandante. Ride, ma senza spostare lo sguardo dall’acqua. Farfuglia qualcosa di incomprensibile, poi mette in moto la bagnarola con un movimento meccanico del braccio libero. Bryan, questa volta senza il machete, ha l’aria di uno che si è appena svegliato dal coma. Ecco, se qualcuno ci vedesse passare navigando sul rio in queste condizioni, probabilmente penserebbe che siamo un veliero fantasma, tipo l’Olandese volante del Madre de Dios. Ma noi non abbiamo vele e, soprattutto, il fiume è deserto, quindi per fortuna non dobbiamo preoccuparci di questi problemi. Percorriamo il centro del corso d’acqua tagliandolo in due parti uguali, dividendo perfettamente le due porzioni dello specchio sia a destra che e a sinistra, lasciandoci lo stesso spazio di distanza tra noi e le sponde che lo delimitano. Dopo mezz’ora di navigazione, nel bel mezzo del fiume, lontano almeno una cinquantina di metri dalla terraferma, la barca si ferma, impantanata come una macchina nel fango. Il fondale, che fino ad ora appariva invisibile per via del colore scuro dello specchio, si espande sulla superficie dello spazio d’acqua che ci circonda, spuntando come una specie di atollo sabbioso e marrone. Lo scafo si è affossato al suo interno come un atleta del salto in lungo, rimanendo intrappolato nella terra che ha sostituito la corrente del fiume. Bene, e ora? Ma è elementare Watson, facciamo ciò che si fa in questi casi: scendiamo e spingiamo. Io, Ballo, Checco e Bryan ci mettiamo all’opera, “El Capitan”, che da bravo capitano non abbandona mai la sua nave (non un gran impegno in questo caso), rimane seduto comodamente al suo interno, impartendoci ordini vaghi e confusi. Direzioniamo l’imbarcazione nel lato dove il fondale torna ad inabissarsi, camminando, a piedi scalzi e faticosamente, lungo il suolo fangoso e paludoso, ricoperto da un sottile strato d’acqua, come se stessimo posando i piedi all’interno di un acquario domestico. A un certo punto, così come era venuto, l’atollo scompare. Il livello del fiume si alza a sufficienza per liberare l’elica del motore dalla sabbia, la parte inferiore dello scafo torna ad adagiarsi come dovrebbe. Rimontiamo giusto in tempo per non precipitare nel vuoto lasciato dall’assenza del fondale, lanciando impropri in italiano, amichevolmente, verso il capitano. Ieri lui mi ha insegnato lo spagnolo, io oggi gli insegno l’italiano, mi sembra equa come cosa.

Dopo una manovra confusa e dopo aver fatto inversione un paio di volte per mantenerci a debita distanza dalle zone pericolose simili a quella di prima, arriviamo a destinazione. Un paio di giovani volontari ci salutano e ci accolgono all’interno del “rescue centre”, mostrandoci i vari percorsi che si ramificano tra la vegetazione della giungla. Bryan ci rivela di non essere mai stato qui, così come è la prima volta anche per “El Capitan”, unitosi a noi per via della sua passione per gli animali (almeno così lui ci dice). Siamo in una botte di ferro. Dopo esserci separati dai due volontari, procediamo lungo il sentiero fiancheggiato interamente dalle gabbie degli animali. Prima scorgiamo un tapiro, che fino ad ora avevamo visto solo su striscia la notizia. Le sue dimensioni sono simili a quelle di un maiale molto ben nutrito, ma non si può certo definire bello, specialmente per via della forma del suo muso allungato e il grigio scuro del suo manto. Scattiamo qualche foto poi spostiamo la nostra attenzione verso le scimmie, prima quelle ragno e poi quelle cappuccino, rinchiuse in gabbie separate adiacenti le une alle altre. Il capitano, emozionato come un bambino allo zoo per la prima volta, prova ad accarezzarne una, allungando la sua mano oltre la rete metallica e cercando di attirare l’attenzione dei primati. In realtà osservando questa immagine, con “El capitan” che fa versi grotteschi e animaleschi, imitando le espressioni delle creature dall’altra parte della gabbia, contorcendo il suo viso in espressioni comiche, non si capisce bene quale sia il primato. Ma opto per l’uomo. La guardia arriva velocemente e lo riprende severamente, ricordandogli che è vietato toccare gli animali.  Bravo capitano, bella figura. Procediamo sulla strada costeggiata per la maggior parte da gabbie vuote, e terminiamo il giro dopo aver ammirato un giaguaro in lontananza e qualche tucano. Tutto qui? Che gusti monotoni questi narcotrafficanti… (Ovviamente scherzo)

In realtà non abbiamo ancora visto tutto ciò che offre questo posto. Ci sono ancora dei sentieri da esplorare, ci dice Bryan. Beh, allora esploriamoli, dalla via che siamo qui approfittiamone. Decidiamo di incamminarci su quello che, dalla mappa, sembra il più grande. La vegetazione si infittisce mano a mano che ci inoltriamo al suo interno, nascondendo tra le foglie cadute la strada percorribile, e proiettandoci in una dimensione che ben conosciamo dopo 2 giorni di foresta amazzonica. Rispetto ai giorni passati, però, ora l’ambiente è molto più selvaggio e incontaminato. Sembra che sia trascorso molto tempo dall’ultima volta che qualcuno è passato da queste parti. Il sentiero si perde tra le piante dopo qualche centinaio di metri, e come lui, ci perdiamo anche noi. Bene, ci mancava solo questa. Almeno Bryan conosce la giugl…ah no, è la prima volta anche per lui, ottimo.

In qualche modo, dopo diversi giri a vuoto, ritroviamo la strada dalla quale siamo giunti, e imbocchiamo un altro percorso poco distante. Arriviamo ai piedi di una torre metallica piuttosto alta, simile a una torre di controllo di un aeroporto abbandonato. Cosa ci faccia qui nessuno lo sa, ma siccome ha attirato la nostra curiosità, più degli animali di prima, ed è circondata completamente da una scalinata ben tenuta che sembra essere messa lì a posta per essere percorsa, decidiamo di salire. Dopo aver scalato i gradini cigolanti raggiungiamo la vetta.

Da qui si accede ad un ponte sospeso, simile a un ponte tibetano ma protetto da lastre di ferro, lungo almeno un centinaio di metri e situato ad un’altezza sufficiente per suscitare qualche brivido di vertigine lungo la mia schiena. L’altra estremità è collegata alla cima di un albero enorme, dove è stata costruita una sorta di palafitta, che dovrebbe fungere da posto di osservazione, tra i rami possenti. Nonostante il ponte ci dia l’impressione di essere sul punto di crollare, decidiamo di percorrerlo. Ci arrampichiamo in salita mentre il ponte si sposta seguendo il nostro peso, più o meno come l’amaca di stamattina. L’hangover, che sembrava essere scomparso del tutto, torna a manifestarsi timidamente, come un brufolo che spunta sul volto ogni qualvolta pensi di essertene liberato definitivamente. Raggiungo l’altro capo del ponte quando ormai sono sul punto di vomitare, gettandomi in scivolata verso la piattaforma fissa per fuggire alla nausea, come se io fossi un giocatore di baseball a rischio eliminazione e quella fosse la mattonella di una base. Salvo! Il panorama è incredibile. La vista si apre sull’infinità della foresta amazzonica, ovunque rivolgiamo lo sguardo scorgiamo solo il fitto della vegetazione. Sembra di essere sbucati, attraverso una botola, in un cielo formato da enormi nuvole verdi, composte dalle chiome rigogliose degli alberi che si intrecciano tra loro. La rete uniforme delle piante è talmente compatta che se mi gettassi da qui, non mi sorprenderebbe se riuscissi a camminare sulla loro superficie, tipo Super Mario. Scattiamo qualche foto di gruppo insieme a Bryan ed “El Capitan”, poi torniamo verso la barca, ripercorrendo lo stesso sentiero di prima.

La giornata non è ancora finita, ma penso che per questo articolo possa bastare. Gli altri eventi necessitano di più spazio per essere raccontati…A presto.

Bryan, a destra, ed “El Capitan”, a sinistra

5 pensieri riguardo “Perdendoci nella giungla – giorno 21 (1)

    1. Grazie mille!!! Queste esperienze di viaggio le porto sempre con me, nel cuore, e cerco di raccontarle nel modo migliore possibile. Faccio di tutto per riuscire a trasmettere almeno un po’ di quello che ho provato io. Non è sempre facile, ma è anche un modo, per me, per riviverle in questi tempi cupi.

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