Avventura in Amazzonia – giorno 20

Reserva “Tambopata”, amazzonia peruviana – 22 settembre 2019

Nonostante i rumori sinistri della selva che circonda completamente la nostra abitazione, prodotti da chissà quale creatura (meglio non pensarci), la notte scorre tranquilla. Dormo ininterrottamente fino al mattino, perso completamente nei miei sogni. Apro gli occhi verso le 8, quando i primi raggi del sole penetrano attraverso le finestre della stanza, si diramano filtrando dalla rete che compone la zanzariera, e si posano sulle mie palpebre, turbando il mio riposo. Rimango qualche minuto a rigirarmi nel letto per godermi il piacevole torpore causato dalla luce solare, come un gatto che si contorce sul pavimento nelle giornate primaverili. Dal soffitto, parzialmente esposto all’ambiente esterno per via dell’assenza di un tetto vero e proprio, spira una piacevole brezza di aria fresca, scomponendomi leggermente i capelli e facendo ondeggiare le zanzariere sopra alle nostre teste, come le vele di una barca in mezzo al mare. Anche le palme e i banani, al di fuori della nostra camera, si agitano ritmicamente seguendo la direzione del vento, producendo un suono pacifico e sereno. I rumori della selva, costanti e continui, che di notte sono sinistri e piuttosto angoscianti, si sono fatti decisamente più melodici e rassicuranti, quasi rilassanti. Come risveglio, poteva andare peggio. Indosso gli occhiali e mi guardo intorno. Qualche falena sopravvissuta alla notte si rifugia nelle poche zone d’ombra della camera, tra una finestra e l’altra, come i ladri che di notte si destreggiano tra le strade buie, evitando i riflessi lucenti dei lampioni. Checco e Ballo stanno ancora dormendo, ma osservando le loro espressioni, ormai il risveglio sembra essere solo una questione di minuti. Non mi sbaglio, dopo un quarto d’ora aprono gli occhi. Buenosdias. Si, buenosdias mica tanto, indovino inquadrando meglio i loro sguardi assonnati. La notte, per loro, è stata un inferno. Gli insetti della giungla, mi dicono quasi increduli quando gli rivelo di non essermi accorto di nulla, hanno invaso la stanza, organizzati e compatti, come se si volessero riappropriare di qualcosa che era stato rubato loro con la forza. Così, loro due, armati di insetticida e ciabatte, hanno passato la notte a combattere contro un esercito di blatte, scarafaggi, e altre cose simili non facilmente identificabili (ma forse è meglio così), disseminando il pavimento di carcasse tetre e trasformando l’abitazione in un campo di battaglia. Quando me lo raccontano mi torna alla mente la tarantola di ieri. E se, da qualche parte, nel buio di questa camera, al posto delle falene che ci sono ora, ci fosse stata lei? Per fortuna ho il sonno pesante…

Ripulito il pavimento della stanza e dopo aver donato a quelle piacevoli creature, si fa per dire, una sepoltura adeguata, nel cestino della spazzatura, usciamo e andiamo a fare colazione nella zona comune. Appena arriviamo notiamo con molto piacere che non siamo più da soli. Non che la solitudine mi crei dei problemi, ma questo posto, ideato per ospitare una cinquantina di persone, visto come si presentava ieri, ovvero completamente vuoto e pervaso interamente da un silenzio tombale, assomigliava molto all’ Overlook Hotel di Shining, per l’atmosfera che si respirava. I nuovi arrivati appartengono a un gruppo spagnolo di una dozzina di persone, equamente diviso tra maschi e femmine, tutti sui 25 o 26 anni. Facciamo colazione insieme, dissetandoci con succhi di frutta freschi e mangiando “Platanos fritos”, banane fritte, e Yucas (manioca), anche queste fritte, tanto per stare leggeri. Questo mix di sapori tropicali manda il mio palato in uno stato di grazia assoluta, migliorando ancora di più il mio umore di oggi. Bryan arriva sorridente giocando con il suo machete, e si presenta al gruppo. Oggi non sarà lui ad accompagnarci nella selva, ci dispiace perché ci stavamo affezionando al suo modo di fare, ma ci assicura che il suo sostituto è un ragazzo affidabile e preparato. Speriamo… Torniamo in camera e prepariamo gli zaini per il tour di oggi. Checco sfodera il suo outfit migliore cercando in qualche modo di imitare Bryan. Indossa al collo un binocolo, talmente di bassa qualità da sembrare un giocattolo trovato in un uovo di pasqua, in testa porta un cappellino da pescatore simile a quello di Sampei e che, posandosi sulla massa voluminosa dei suoi capelli, rimane sospeso a mezz’aria, a qualche centimetro dalla sua testa, come il coperchio di una pentola quando l’acqua bolle al suo interno. Per completare l’equipaggiamento da esploratore della natura selvaggia, o da boy scout alle prime armi, ha con sé un coltellino svizzero, che maneggia come se fosse un machete. Noi optiamo per un abbigliamento un po’ più sobrio, ma tutti, a prescindere dai vestiti indossati, ci cospargiamo completamente di repellente per gli insetti, tingendo i vestiti come se fosse un ammorbidente.

La nuova guida ci aspetta, sola, a bordo della barca ormeggiata nel porticciolo ai piedi del lodge. È un ragazzo giovane e dall’aspetto sveglio, attento e premuroso, proprio come ci aveva preannunciato Bryan. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale “Tambopata” (si, il nome è un po’ uno scioglilingua) dopo pochi minuti di navigazione. Lungo una delle poche sponde percorribili del fiume, al di sopra del suo letto irregolare e fangoso, uno stretto sentiero, impercettibile se non ci fosse qualcuno a farcelo notare, si apre, come una galleria scavata nella roccia, tra la vegetazione della giungla, talmente fitta, negli altri tratti circostanti, da sembrare costituita da pareti verdi di pexiglass impenetrabile. Il passaggio è molto sottile e snello, così siamo costretti a camminare in fila indiana per evitare di essere inghiottiti dalle piante, ponendo molta attenzione a dove mettiamo i piedi per via del fango che invade, in certi tratti, la strada. La flora irriconoscibile la fiancheggia interamente, delimitandone perfettamente lo spazio percorribile da quello non percorribile. Sembra di essere all’interno di un labirinto. Il cielo, limpido e di un azzurro chiaro, sparisce dal nostro campo visivo appena muoviamo un passo verso la foresta, e viene sostituito dall’inaccessibile parete verde, composta dai rami degli alberi, dalle loro foglie e dalle loro chiome, simili ai capelli di Checco. Ora è tutto verde. Il sole penetra tra la vegetazione a fatica, e la luce che sopravvive arriva con una tonalità molto fioca, come se qualcuno avesse inserito un foglio di carta ad interromperne la radianza. Lungo il sentiero siamo soli, ma in realtà non siamo che i soli ospiti di un ambiente abitato da migliaia di creature invisibili. I suoni che udiamo, e che ovviamente non riusciamo ad attribuire a nessun animale in particolare, ce lo ricordano continuamente. Le radici degli alberi, alte almeno una trentina di centimetri, spuntano dal terreno come stalagmiti; mentre dall’alto, come stalattiti, penzolano, simili a delle funi, le lunghe liane, la cui cima si perde tra il verde della vegetazione mano a mano che si alza lo sguardo verso il cielo. Qualche scimmia ci passa sopra alla testa, fermandosi a osservarci curiosamente, per poi ripartire lanciandosi da un albero all’altro.

Dopo un’ora di camminata lungo una passerella di legno, raggiungiamo il lago “Sandoval”, centro principale della riserva naturale. La guida, probabilmente troppo impegnata a osservare gli uccelli e catalogarli sul suo libro, scopre di essersi dimenticata il pranzo sulla barca. Per fortuna che era un ragazzo sveglio, come non detto. “lo siento, voy rapido”. Si, vai rapido, ti conviene. Si scusa diverse volte, poi ci volge le spalle e si incammina, anzi si mette a correre, in direzione opposta, lungo il sentiero che abbiamo appena percorso. Torna dopo un’ora, tutto sudato e sfinito dalla fatica, ma esibendo, trionfante, i sacchetti contenenti il cibo. È stato rapido, devo ammetterlo. Insieme a due ranger del parco, che non sappiamo bene cosa ci facciano con noi, salpiamo in direzione del lago, lasciando l’imboccatura paludosa dove era ormeggiata la barca sulla quale siamo sistemati ora, simile a quella che abbiamo utilizzato ieri per la pesca di piranha (se ti sei perso l’articolo clicca qui).

Appena abbandoniamo l’ombra della giungla, uscendo dall’immaginaria scatola di pexiglass verde, e ci esponiamo nuovamente alla luce cocente del sole, avvertiamo che la temperatura è salita notevolmente. Sembra di essere entrati in una sauna. Fa caldo, molto caldo. Ma in realtà, come si ripete spesso dalle mie parti in luglio, più che il caldo in sé è l’umidità a creare problemi. Luoghi comuni a parte, qui sembra proprio così. Il lago è caratteristico: la forma è simile a quella di una banana, per cui non riusciamo a intravederne la sponda opposta, ai lati è delimitato dalle palme e dall’alta vegetazione della giungla, che si riflettono nelle sue acque scure e imperscrutabili. È mezzogiorno e il sole è nella sua posizione migliore, o peggiore visto dove ci troviamo, e il mio telefono segna una temperatura di 33 gradi.

Sarebbe opportuno trovare una zona all’ombra dove mangiare. La guida sembra avere la nostra stessa idea, e per fortuna dopo poco raggiungiamo un lodge nella giungla, dove ci rifocilliamo e ci riposiamo, seguendo la tradizione locale di consumare la siesta su un’amaca. Beh, non male come tradizione. Ci avevano detto che il pranzo sarebbe stato un tipico pasto locale, così noi avevamo pensato a qualcosa come una bistecca di scimmia, o una tagliata di Anaconda, o perché no, a un bel piranha grigliato. Apriamo il pacchetto, composto da una foglia di banano piegata in quattro parti, tenuta assieme da uno spago, e dentro ci troviamo del riso con i wurstel. Riso coi wurstel, qui? Praticamente una pasta fredda “Rio Mare”, semplicemente nascosta in un involucro più invitante. Beh, si sa, i wurstel sono dei tipici prodotti dell’Amazzonia…

Dopo questo pranzo deludente, ripartiamo per tornare verso il nostro lodge. Ripercorriamo in senso opposto la stessa strada di prima, questa volta incontrando qualche turista in più e qualche scimmia in meno, e verso le 17 arriviamo a destinazione. Un po’ per rinfrescarci e un po’ per toglierci di dosso il fetore del sudore, condensatosi lungo la pelle e fusosi, in un unico strato appiccicoso, con i resti del repellente per insetti, ci facciamo una bella doccia fredda. Dopo essermi lavato mi sdraio sull’amaca nella veranda dell’abitazione. Leggendo un libro ascolto, meditativo, il rumore mutevole della selva e quello dolce della corrente del rio, sul quale, lentamente, tramonta il sole, sostituendo i toni verdi e prevalenti della vegetazione con quelli rossi e arancioni della sua luce morente.

Ceniamo insieme al gruppo di spagnoli e conversiamo piacevolmente della giornata trascorsa. Alle 22, esattamente come ieri sera, si spengono le luci. Black out totale. Sembra arrivata l’ora di andare a letto, buenasnoches.

 In realtà non è così, perché Bryan ed “El Capitan”, che si erano assentati durante la cena ed erano scomparsi nel buio del giardino, hanno preparato un falò. Ricompaiono con delle torce in mano e si rivolgono a noi con aria entusiasta, mostrandoci il fuoco che hanno creato in una radura poco distante dalla nostra posizione, per poi accompagnarci frenetici in quello spiazzo fumante. “Hacemos una fiesta, esta noche. Vamos a bailar”. A bailar? Una fiesta? Ma poi, soprattutto, che cazzo di idea avete avuto ad accendere un fuoco qui? Solo un mese fa, in Bolivia e in Brasile, la foresta bruciava incontrollata, e ora voi vi mettete a fare i piromani come se nulla fosse? Ma cosa avete nel cervello, segatura? E se sì, possiamo bruciare pure quella? A quanto pare gli spagnoli non si pongono il mio stesso problema, e applaudono euforici, intonando stonati canzoni reggaetton (ci mancava solo il raggaetton) e cori a supporto dei due uomini (Bryan ed il capitano). Certo, diamo fuoco a tutto tanto per divertirci. Ottima idea. Poi, però, visto che per mia natura non sono un “amazzabalotta” (guastafeste), la birra ingerita inizia a produrre i suoi effetti, e le ragazze cominciano a muoversi attorno al fuoco, mi basta poco per desistere e abbandonare la mia etica, persuaso da altri pensieri, sicuramente meno etici ma decisamente più attraenti. Vabbè balliamo. Dopo qualche birra il mio spagnolo inizia a migliorare, almeno ho questa impressione, le parole mi escono spontanee e riesco a esprimermi con più scioltezza. Grazie all’alcool e all’atmosfera festosa arrivo perfino ad apprezzare la musica, e mi diletto in qualche assolo vocale, assolutamente improvvisato, suscitando risate e apprezzamenti dal resto del gruppo. Bryan ed el Capitan decidono di impartirmi lezioni di spagnolo, insegnandomi termini assolutamente educati, propri della comunicazione tra membri di famiglie colte e di alto lignaggio (si, come no). La serata trascorre veloce al chiarore della luna, sotto un cielo punteggiato di stelle luminose, nel bel mezzo della foresta amazzonica, senza nessuna connessione col mondo esterno, bevendo birra e ascoltando musica, seppur brutta, attorno a un falò, in compagnia di ragazze bellissime. Ed è in momenti come questi che capisco perché amo viaggiare. Perché amo la vita. Se mi chiedete cos’è la felicità, o la libertà, sempre che le due cose non coincidano, io vi rispondo fornendovi la descrizione di questa immagine. Certo che di sorprese inaspettate ne abbiamo avute in questo viaggio, ma questa le batte tutte.

Buonanotte

5 pensieri riguardo “Avventura in Amazzonia – giorno 20

  1. Ho guardato un po’ velocemente gli ultimi tuoi post sulla tua vacanza in Perù. Foto e panorami stupendi. Io sono stata poco privilegiata su questo aspetto. Non ho ancora avuto l’occasione di visitare il Sudamerica, ma, se è per questo nemmeno un paese straniero che non sia l’Inghilterra. Perciò devo assolutamente recuperare il tempo perduto!

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