Pescando piranha in Amazzonia – giorno 19 (2)

Questa è la seconda parte del primo articolo sull’Amazzonia, se ti sei perso l’articolo precedente fai clic qui

Visto che la colazione non ci ha completamente soddisfatti e abbiamo ancora fame, cominceremo dalla gita alla “hacienda”, situata a mezz’ora di navigazione dal nostro lodge, dove avremo modo di assaggiare le prelibatezze del luogo. Bryan si arma del suo machete, elemento fondamentale per un’autentica gita in Amazzonia, e si dirige verso la lancia di prima, questa volta accompagnato da un signore dall’aria addormentata e dal nome ignoto, la cui presenza era sfuggita alla nostra vista (ma poi non eravamo da soli qua?). Una volta a bordo il nostro nuovo compagno, senza rivolgerci nemmeno una parola e senza presentarsi, si dirige direttamente verso il timone, incorporato al motore della barca. Giunto in posizione con un sorriso trionfante, afferra con forza la sbarra di legno che spunta dalla poppa, guardandoci con aria autoritaria dall’alto del suo metro e sessanta di altezza. Però, che entrata scenica. Lui è il nostro capitano e, siccome non abbiamo idea su quale sia la sua identità, ci limiteremo a chiamarlo così: El Capitan. Navighiamo lungo il fiume per una trentina di minuti, in direzione opposta a quella di stamattina, e arriviamo a destinazione.

Bryan ci apre la strada mentre ci addentriamo nella giungla, tenendo la mano destra appoggiata sul machete, fissato in vita e portato come una spada, e quella sinistra sul binocolo, legato penzolante al collo. Ogni qualvolta che la vegetazione si interpone tra lui e il sentiero sfodera l’arma e la impugna con entrambe le mani, con la stessa espressione di un cavaliere medievale, e la agita vigorosamente da una parte all’altra, disegnando dei cerchi perfetti nell’aria e trasformando in coriandoli le grosse foglie che sbucano dalle piante ai lati della strada. Vederlo avanzare nella giungla impenetrabile è uno spettacolo emozionante e unico, sembra di essere all’interno di un documentario del National Geographic. Bryan, che ha la nostra stessa età, ci rivela che è nato ad Arequipa, nel sud del Perù, ma è sempre cresciuto nella giungla di Puerto Maldonado, quindi per lui muoversi al suo interno è una cosa naturale, e ne conosce i segreti e i pericoli meglio delle sue tasche. Per dimostrarcelo, anche se a noi in realtà basta osservare come si destreggia col machete per capire che ci sta raccontando la verità, rivolge il binocolo verso uno dei tanti alberi, uguali, di questa selva, studiando la situazione tramite le lenti dell’attrezzo. Indirizziamo lo sguardo verso la stessa direzione ma, a parte i rami che si ingarbugliano curiosamente tra di loro, non scorgiamo assolutamente nulla di strano. Appoggio gli occhi su entrambi i cannocchiali telescopici del binocolo e, regolando lo zoom, finalmente noto ciò che Bryan mi stava indicando: scimmie! Un branco di graziose scimmie cappuccino, la stessa specie di quella famosa di “capitan Barbossa” in Pirati dei Caraibi, tanto per intenderci, sta attraversando la fitta vegetazione a una ventina di metri da terra, saltando gioiosamente da un ramo all’altro e districandosi tra gli alberi con una destrezza impressionante, alternando il movimento degli arti superiori a quello di quelli inferiori, come un robot perfettamente programmato. Quando uno di questi primati si getta da una pianta all’altra rimane sospeso per qualche secondo in aria, precipitando verso il terreno con una certa aerodinamicità, per poi trovare un appiglio nascosto da qualche parte tra il verde della vegetazione, poco prima di toccare il suolo, risalendo nuovamente nella sua scalata verso il cielo, alimentando l’eternità di questa danza preistorica perfetta. È uno spettacolo ipnotizzante e impressionante, non avevo mai visto una cosa simile prima d’ora, e penso che se non avessi avuto Bryan al mio fianco mi sarei perso tutto ciò, e sicuramente avrei continuato a camminare tranquillamente, con lo sguardo fissato verso il sentiero. Si, ora ho la prova che lui conosce la selva meglio delle sue tasche.

Scomparso il branco di scimmie, talmente compatto e numeroso da dare l’impressione di essere uno stormo di uccelli migratori, ci rimettiamo in cammino. Raggiungiamo l’edificio principale dell’hacienda dopo pochi minuti, una palafitta simile a quella del nostro lodge, arredata con delle semplici, ma funzionali, amache di colori accesi, in perfetta sintonia con le sfumature psichedeliche di alcune piante che ci circondano. Dopo aver incontrato il proprietario e i pochi volontari che lavorano qui come agricoltori, ci dirigiamo verso le piantagioni di banane, situate in una vasta radura. Tra tutte le piante che compongono il paesaggio, talmente numerose da rendere questa zona una delle più ricche in termini di Biodiversità in tutto il mondo, i banani spiccano inconfondibili. Sono alberi bassi e caratteristici, alti più o meno un paio di metri, dal tronco lungo e stretto, dal quale le foglie spesse e grandi si aprono a ventaglio, nascondendo tra di loro i frutti che ben conosciamo. Appena troviamo una banana abbastanza matura per essere mangiata, sondando la piantagione come dei cani in cerca di tartufi, la stacchiamo dall’albero e la assaggiamo, aspettandoci di trovare in lei lo stesso sapore di una qualsiasi “Chiquita” ben scelta tra i banchi del supermercato. Appena i miei denti si stampano sulla superfice del frutto, realizzo dell’errore commesso. Questa banana non ha nulla a che vedere con le altre, ed è sicuramente la migliore che io abbia mai sentito, altro che “Chiquita”!  Più o meno mi sento come se per tutta la vita avessi mangiato la “pizza” di Pizza Hut, e poi ora mi trovassi ad assaggiare quella di Sorbillo a Napoli. Seppur il nome sia lo stesso in entrambi i prodotti, il sapore è completamente diverso. Dopo aver provato questo orgasmo sensoriale lasciamo il bananeto e passiamo alla ricerca di altri frutti tropicali. Assaggiamo l’ananas (che qui chiamano pigna), il cacao, la canna da zucchero, qualche avocado e altre cose strane di cui non ricordo bene il nome, e nemmeno il sapore (si vede che non mi hanno impressionato più di tanto). Per ognuno di loro vale lo stesso discorso della banana di prima.

Abbandoniamo il luogo e torniamo verso il lodge, che raggiungiamo poco prima dell’orario di pranzo. Mangiamo poco, i frutti di prima ci hanno già saziati parecchio, e poi ripartiamo, sulla stessa barca a nostra disposizione e sempre con Bryan ed “el capitan”, in direzione della città. Ci aspetta la seconda attività della giornata: la pesca. Normalmente non sono un grande amante della pesca, lo trovo uno sport abbastanza noioso e passivo, poco adatto a persone che amano l’avventura e il brivido come me, ma oggi questa sua famosa caratteristica è compensata dalle prede che ci accingiamo a pescare: i piranha. Se non è un’avventura questa! Chi non ha mai visto i film su questi pesci diabolici e feroci, in grado di sbranare una persona intera? Concorderete con me che non si può dire la stessa cosa delle trote, o delle carpe, o di qualsiasi altro pesce abbia mai pescato prima. Ci sarà veramente da divertirsi.

Arriviamo al laghetto in città, dove per prima cosa ci forniscono l’attrezzatura: una semplice canna in legno, senza mulinello e galleggiante, un metro di lenza, alla cui sommità è legato un amo decisamente troppo piccolo visto le prede al quale si rivolge, e un pezzo di carne di pollo da utilizzare come esca. Fine. Stiamo per pescare dei piranha, lo ripeto nel caso non vi fosse chiaro, e siamo attrezzati come se stessimo andando a caccia di girini nel fiume. Bryan nota il nostro disappunto e ride, con l’aria di uno che sa quello che ci aspetta. Beh, non sembra poi così diverso dall’inizio di Anaconda. Ah, a proposito di Anaconde, il proprietario del lago ci avverte della loro presenza da queste parti, aggiungendo anche alla lista i caimani e i boa. Ah, proprio dei tranquilli e innocui animaletti domestici. Non so se queste creature infernali ci siano o meno, o se lui ci abbia raccontato queste cose per spaventarci, ma se quest’ultimo era il suo intento, ci è riuscito. Porgiamo la domanda in modo silenzioso a Bryan, rivolgendo a lui sguardi interrogativi, e lui ci risponde altrettanto silenziosamente, sorridendoci in modo misterioso, con un’espressione che potrebbe essere letta come una conferma o una smentita delle parole dell’uomo. Percorriamo un breve sentiero fangoso e arriviamo sulle rive del lago, che sembra più una palude per via delle sue acqua melmose, ricoperte in parte da verdi ninfee o da foglie galleggianti e circondate dalle palme e dalle liane della selva. Bene ora ci siederemo qui da qualche parte, in questa piccola porzione di terra che ha tutta l’aria di essere l’unica baia del laghetto, privo, ad esclusione di questo luogo, di sponde vere e proprie e delimitato dalle alghe che si trasformano in ciuffi d’erba irregolare, mano a mano che il livello dell’acqua diminuisce. Invece no: una barchetta a remi, invasa per metà dall’acqua piovana, e inutilizzata da chissà quanto tempo, ci aspetta. Dopo averla svuotata a mano saliamo a bordo, remando verso il centro della palude.

Mano a mano che procediamo la palude si trasforma in un laghetto, poi questo si evolve in un lago vero e proprio. Gli unici suoni che si percepiscono sono quelli della giungla che circonda, lontana, la zona navigabile, e che si specchia sulle acque, scure e dannatamente misteriose del bacino, nascondendo le creature che lo popolano. Per quanto ne sappiamo noi, sotto lo scafo della nostra piccola barchetta, potrebbe esserci qualsiasi cosa, e ogni volta che sentiamo un rumore, o vediamo un’onda, irrompere dall’acqua tranquilla, sussultiamo nervosamente, ripensando alle parole dell’uomo. Arriviamo al centro, posso dire che è il centro perché da qui la vista si apre completamente su tutto il lago, e Bryan decide di gettare l’ancora, ovvero di immergere il remo in verticale per fissare l’imbarcazione al fondale fangoso, visto che ovviamente l’ancora non è tra gli optional della nostra bagnarola legnosa. Bene, siamo in posizione, esattamente nel bel mezzo del nulla, nel caso non ce la facessimo, le nostre ossa riposeranno per sempre in fondo a questa pozza impenetrabile. Se dovessimo morire sbranati da qualche piranha, almeno usate queste pagine per farne un film, e lasciate i diritti alla mia famiglia, grazie. No, non ce n’è bisogno. Tutte le nostre aspettative cadono quando Bryan pesca la prima preda, mentre noi siamo ancora persi nei nostri pensieri drammatici. Ci risvegliamo e torniamo alla realtà al suo richiamo: attaccato all’amo penzolante giace, rivoltandosi e contorcendosi tra la lenza invisibile, un piccolo pesce delle dimensioni di un pugno, quasi una versione in scala ridotta di un’orata, per la forma ed il colore. Gli occhi della vittima, imploranti, sembrano incutere pietà, piuttosto che timore. Siamo confusi, Bryan ci guarda, intende la nostra espressione, e subito ci rivela, divertito: “Esta es una Piraha”. Cosa? Quello? Un piranha? Esatto, proprio cosi, “asi es, amigo, las piranas no son como las de las peliculas” (che tradotto significa che i piranha in realtà non sono altro che pesci tranquilli, e che i film hanno ingigantito tutto, creando l’immagine hollywoodiana di creature orribili e fameliche). Che delusione, del brivido e dell’avventura iniziale non resta più nulla, e la pesca torna presto a essere ciò che è per sua natura, nonostante questo ambiente da “River Monster”: noiosa e passiva. Io e Ballo entriamo in competizione, dopo aver accumulato un buon numero di prede, decidiamo di giocarci una birra; Checco, invece, si astiene dal gioco perché non sembra essere la sua giornata fortunata, infatti è ancora a secco, ma peggio di questo, ogni volta che sembra sul punto di farcela, quando ormai il pesce ha già abboccato e tutto si riduce al trasporto dall’acqua alla barca, la preda riesce a divincolarsi e a fuggire dalla presa dell’amo. Dopo un paio d’ore, quando il sole inizia a tramontare e le nostre esche a scarseggiare, decidiamo di rientrare. Ballo ha vinto, stasera toccherà a me offrire.

Sbuchiamo nel parcheggio quando ormai è già buio. Il signore ritira le nostre canne, sempre che chiamarle così sia corretto, e ci rivela che tutto ciò che ci ha detto era falso: niente Anacode, niente Boa e niente Caimani. Si grande, ora l’avevamo capito anche noi, però grazie per il brivido iniziale. Poi Bryan, prima di salire nuovamente sul veicolo che ci porterà al porto, punta la sua torcia tascabile verso il muro di uno stabile affianco al piazzale, illuminandolo con il raggio accecante. All’interno del perimetro giallo spunta, con tutte le 8 zampe ben delineate e della dimensione di un indice umano, e pelosa come la pancia di un gorilla, un’enorme e spaventosa tarantola nera. Proprio uno di quei ragni che si vedono solo sui libri di scienze, o all’interno delle teche di vetro degli zoo, o imbalsamati nei musei. Il signore ci dice che è innocua e non attacca gli uomini. Si, hombre, e prima qui c’erano Anaconde e Boa… Per ovvie ragioni preferiamo non fidarci dell’uomo e decidiamo di tenerci a distanza dal ragno, ammirandolo, anche se il verbo più adeguato sarebbe osservandolo, dal bordo del taxi, protetti dalla lamiera della macchina. Comunque Bryan ci rassicura sul fatto che il signore ci stesse dicendo la verità. Ci sono due tipi di tarantole: quelle di terra e quelle che si arrampicano sui muri, o sugli alberi. Le prime sono quelle pericolose, che attaccano l’uomo; le seconde invece, finché non vengono infastidite, non costituiscono un pericolo per nessuno. Va bene Bryan, grazie per la lezione di scienze, ma che sia per terra o per aria, a me un mostro così, se permetti, non mi trasmette molta tranquillità. Quindi, ti ringrazio per la spiegazione, ma non c’è dubbio che io mi avvicini a una bestia del genere, innocua o meno. Sai, io sono cresciuto a Spilamberto, non ho mai condiviso il giardino con una tarantola…

Cosa ne pensate?

Torniamo al lodge e ceniamo nella sala comune. Comune a chi poi, che qui ci siamo solo noi? Beviamo un paio di birre, offerte da me, e giochiamo un po’ a freccette, nella solitudine e nel silenzio della giungla. No, la parola silenzio non è corretta: la giungla non dorme mai. Quindi mi correggo, passiamo la serata avvolti tra i rumori inquietanti della selva: i lamenti di animali non identificabili, il cinguettare di uccelli invisibili ed il suono del vento che penetra tra le piante, animandole come ombre cinesi sulla parete della stanza. Alle 22 il generatore si spegne, buio totale. Niente più corrente elettrica fino alle 18 di domani. Seguendo il percorso che si snoda tra i banani e i fiori del giardino, raggiungiamo la nostra abitazione, e ci mettiamo a letto. Checco e Ballo sono turbati dagli insetti che, notoriamente, popolano l’amazzonia la notte, mentre io sono troppo stanco per pormi questo problema, ma per sicurezza mi cospargo di repellente anti-zanzare, come se fosse una crema solare, e io fossi in spiaggia a fine maggio. Per garantirmi un’ulteriore protezione, sciolgo la zanzariera e la ripongo sopra a tutta la superfice del letto, poi, finita questa operazione che mi richiede più impegno del previsto, finalmente prendo sonno.

Oggi è stato un giorno ricco di episodi indimenticabili, domani ci avventureremo nella riserva naturale.

Buenasnoches

18 pensieri riguardo “Pescando piranha in Amazzonia – giorno 19 (2)

      1. si, una volta da sola, poi con una amica…adesso è un pò che non vado da nessuna parte per vari motivi, ma spero, passato tutto questo… di poter fare un bel viaggio, ma anche una cosa dapoco come un fine settimana in relax…. unacosa semplice:)

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