Rischiando la vita a Machu Picchu – giorno 17 (2)

Machu Picchu – 19 settembre 2019

Dove eravamo rimasti? Ah sì giusto, vi avevo lasciati nel momento in cui siamo usciti da Machu Picchu, più o meno verso mezzogiorno. Bene, ricominceremo da lì (se ti sei perso la prima parte, clicca qui).

Il piazzale in cui sbuchiamo è lo stesso dal quale siamo entrati, e anche le sue condizioni non sono cambiate, anzi, forse sono peggiorate rispetto a stamattina. Essendo orario di pranzo, molti dei ristoranti che fino a poche ore fa si presentavano con le serrande abbassate, ora sono colmi fino all’orlo, così come i bar e i negozi di souvenir (inutili, dal momento che le cartoline del sito si trovano ovunque in Perù, tipo quelle della Regina in Inghilterra). I bus continuano ad andare e venire ininterrotti, alimentando la fame di turisti di cui sembra nutrirsi, insaziabile, Machu Picchu. Vogliamo andarcene al più presto da questo caos opprimente, ne abbiamo decisamente abbastanza della folla, così dopo aver timbrato i passaporti per testimoniare il nostro passaggio qui, imbocchiamo la scalinata che spunta tra le piante della selva. A vederla da qui, mentre scende tra le palme della giungla, non sembra nemmeno quella che abbiamo percorso stamattina, ma la riconosciamo grazie alle facce sconvolte dei turisti che incrociamo lungo la via. Molti di loro si arrampicano stremati, rossi in viso e col sudore che sfocia lungo il collo bagnato; altri sono fermi a rifiatare e a dissetarsi al riparo dell’ombra di qualche palma, chiedendoci, ogni volta che ne incrociamo qualcuno, la distanza che li separa dalla vetta. Tanta, mi dispiace, sappiamo come ci si sente. Comunque, come se non bastasse il dislivello a tormentare i poveri camminatori, che fino a poche ore prima eravamo noi, il tempo si è fatto decisamente più caldo e umido, rendendo ancora più intensa la salita. Per loro è sicuramente un inferno, e vederci sfrecciare giù dagli scalini, che percorriamo due a due, non deve giovare molto al loro umore, visto che ci guardano con aria di sfida e odio. Ci dispiace, ma abbiamo fretta.

Arriviamo al paese di Aguas Calientes verso le 13 e decidiamo di mangiare nel primo ristorante che incontriamo in paese (tanto uno praticamente vale l’altro), un po’ per sfamarci, un po’ per riposare le nostre povere gambe. Bene, siamo giunti qui, ma il cammino non è ancora finito. Dovremo percorrere la strada di ieri e seguire il tracciato della ferrovia per 10 chilometri, fino alla stazione di “Hidroeletrica”, dove alle 17 partiremo a bordo di un bus per tonare a Cusco. Il pranzo ci viene servito secondo i tipici standard dei ristoranti Sudamericani: lentamente, e senza fretta. Noi, però, a dire il vero, un po’ di fretta ce l’avremmo: sono ormai le 14 e il sentiero ci impiegherà un paio d’ore, considerate le condizioni delle nostre gambe. Sollecitiamo il cameriere più volte ma, per altrettante volte, non riceviamo nessun segno di attenzione. Intanto i minuti passano inesorabili, accorciando sempre di più il nostro tempo a disposizione. Fisso l’orologio come se fossi ipnotizzato dal movimento delle lancette, più o meno con l’espressione disturbata e nervosa di Alex in “Arancia Meccanica”, sempre più ansioso mano a mano che si spostano sul quadrante. Finalmente arrivano i nostri panini, e li divoriamo talmente velocemente che non riusciamo nemmeno a distinguerne il sapore. Per evitare di perdere altro tempo aspettando il cameriere, che tralaltro in questo momento sembra essere sparito, paghiamo lasciando il denaro direttamente sul tavolo, concedendogli qualche “soles” (valuta locale) in più come mancia. No, non se l’è meritata, ovvio, ma non possiamo attendere che ci porti il resto. Forse loro lo sanno e l’hanno adottata come strategia per fare più soldi?

Ci rimettiamo in marcia verso le 15: abbiamo esattamente due ore per evitare di rimanere bloccati nella giungla, esattamente la durata del percorso. È una corsa contro il tempo e potremmo non farcela, anche perché le mie gambe sembrano fregarsene della fretta e non rispondono ai comandi come vorrei, procedendo a un ritmo definitivamente troppo lento. Il sentiero fortunatamente procede dritto e senza bivi, quindi non dobbiamo fermarci per controllare che la direzione sia quella giusta, e soprattutto non rischiamo di imboccare strade sbagliate. Camminiamo senza parlare, a testa bassa, controllando costantemente l’orario e schivando a fatica la massa di gente che proviene dal senso opposto. Mettiamo in pratica ciò che abbiamo imparato su Discovery Channel facendo calcoli, confrontando la mappa di Google Maps con il conta passi del telefono, unici mezzi a nostra disposizione per orientarci da queste parti, vista l’assenza di segnali lungo la via. Grazie Bear Grylls. Alle 16.30 intravediamo uno spiazzo aprirsi tra la vegetazione della giungla e riconosciamo, anche grazie alla locomotiva in sosta e alle botteghe ai lati della ferrovia, la stazione di Hidroeletrica. Raggiungiamo il parcheggio, stremati e ansimanti, poco prima delle 17, dopo aver recuperato le nostre borse ingombranti che avevamo depositato il giorno precedente presso un locale convenzionato con la nostra agenzia. Ci siamo.

Si, noi ci siamo, ma il veicolo no. Ci guardiamo intorno un po’ disorientati, cercando di individuare, tra le poche persone che notiamo, qualcuno che possa avere l’aria da autista. Qui, a parte un gruppo di peruviani che si diverte facendo vibrare le poche auto parcheggiate con il volume della radio, riproducendo musica talmente tamarra che nemmeno agli autoscontri apprezzerebbero, non c’è nessuno. No, loro non sono sicuramente le persone che stiamo cercando. Ci sediamo su un muretto e aspettiamo, ripetendoci quasi allo sfinimento, come se dovessimo fissarcelo bene in mente, che la puntualità non è una caratteristica dei peruviani e che sicuramente qualcuno starà arrivando a prenderci. Più che una convinzione, questi discorsi, rivolti alla ghiaia del terreno e alla vegetazione della giungla che ci circonda, suonano come una preghiera di speranza. Questa percezione è amplificata mano a mano che passano i minuti: più il tempo scorre, più è facile che qualcuno si sia dimenticato di noi. Dopo venti minuti, quando ormai non ci credevamo più, intravediamo un veicolo procedere sicuro verso la nostra direzione. Il conducente scende e si avvicina lentamente, con un’aria stranamente perplessa, e indicandoci con le dita qualcosa che non distinguiamo per via della distanza tra noi e lui. Una volta che ci ha raggiunti ci stringe la mano e si presenta cordialmente, tutto sembra procedere come dovrebbe. Ora ci inviterà a prendere posto sul veicolo, immagino. Invece no, anche se non capisco bene lo spagnolo, riesco a percepire il senso di quello che ci dice appena finiti i convenevoli: c’è posto per uno solo di voi, gli altri non riesco a caricarli. Nada, no puedo, lo siento, tienen que esperar. Esperar significa aspettare o sperare? Se solo avessi studiato meglio lo spagnolo quando ero alle superiori, forse ora questo enigma (dal quale, probabilmente dipende la sopravvivenza di due di noi) non mi tormenterebbe. Comunque, qualsiasi cosa voglia dire (forse è sperare, vista la situazione), decretiamo che Ballo sarà il fortunato. Ci salutiamo come se fosse un addio, perché potrebbe esserlo in effetti, e torniamo, io e Checco, al muretto sul quale eravamo appoggiati prima, osservando il veicolo lasciare il parcheggio e dissolversi lentamente in lontananza, oltre il verde della giungla. Bene, ora non possiamo fare altro che attendere. Hidroeletrica non è altro che una stazione ferroviaria e, nonostante ci siano dei ristoranti sparsi oltre al parcheggio in cui ci troviamo, non c’è alcuna traccia di hotel o ostelli, dunque non è sicuramente il posto migliore dove rimanere bloccati la notte, così come non lo è la selva. Questo pensiero inizia ad attanagliarci col calare del sole, quando la luce inizia ad affievolirsi lentamente, lasciando spazio al buio del crepuscolo. Ora la situazione si fa seria.

 Quando stiamo per prendere la decisione definitiva di tornare ad incamminarci verso Aguas Calientes e di cercare una sistemazione in un paese in cui non faremmo fatica a trovarla, vediamo spuntare una macchina dalla strada. È la nostra ultima possibilità. Ci avviciniamo attirando l’attenzione dell’autista e contrattiamo un passaggio fino a Santa Teresa, la prima città che si incontra in direzione di Cusco. Saliamo a bordo insieme a una signora locale, piuttosto infastidita dalla nostra presenza, e prendiamo posto facendoci largo tra i sacchi di patate, appoggiati sui sedili posteriori. Partiamo. Il conducente è un ragazzo che sembra più o meno avere la nostra età, la macchina sulla quale viaggiamo, ad una velocità decisamente troppo elevata, è vecchia e parecchio sgangherata; la strada si snoda pericolosamente tra i pendii dei rilievi, senza guardrail o barriere esterne a proteggerla dai dirupi della valle sulla quale si affaccia e, per concludere, non ci sono lampioni ad illuminarne il tracciato sconnesso e sterrato, largo un paio di metri e, ovviamente, a doppio senso. Insomma, ci sono tutti gli elementi per una notizia di cronaca nera. All’inizio dell’articolo precedente scrissi che questo giovedì sarebbe potuto essere il migliore della nostra vita, ma ora aggiungo che potrebbe anche essere l’ultimo. Io e Checco ci scambiamo occhiate eloquenti di terrore, lui viaggia accanto al finestrino di destra, quello che si affaccia direttamente sullo strapiombo dove termina lo sterrato della strada, profondo qualche centinaio di metri; io sono al centro, un po’ più distante da questo panorama angosciante, ma non abbastanza per sentirmi al sicuro. Basta una piccola distrazione per precipitare in quel vuoto mortale: una sola manovra sbagliata, un masso preso con troppa violenza, una curva affrontata troppo velocemente, un sorpasso… Cerco di scacciare questi pensieri concentrando il mio sguardo verso sinistra, focalizzandolo sulla parete rocciosa che protegge la strada, ma inutilmente. Il tragitto sembra interminabile, rabbrividisco terrorizzato ogni volta che l’autista effettua una frenata improvvisa o decide di sorpassare un mezzo in curva; provo a chiudere gli occhi, ma questo non fa altro che aumentare la sensazione di disagio. Come se tutto ciò non bastasse, ai lati “sicuri” della strada, ovvero quelli costeggiati dalla roccia alla mia sinistra, spuntano croci ogni decina di metri come segno di ricordo delle vittime di questo percorso, come un cimitero. Molto rassicurante, devo ammettere. Dopo un’ora interminabile arriviamo a destinazione, dove il ragazzo riesce a trovarci un altro veicolo, esattamente identico al suo, diretto a Santa Maria, città che sorge lungo l’autostrada per Cusco.

Il nuovo autista sembra essere un corriere, o un postino, o la versione sudamericana di queste due professioni. Prima di lasciare Santa Teresa, infatti, effettua innumerevoli tappe tra un negozio e l’altro, distribuendo ai rispettivi destinatari merci, prevalentemente patate e ortaggi, lettere e pacchi dal contenuto misterioso, che estrae dal baule come se fossero i conigli del cappello di un mago. Finita questa processione infinita, quando ormai sono passate le 20 da un po’, partiamo per Santa Maria, sperando di non dover effettuare un altro tratto come quello di prima. In realtà la strada non cambia, ma per fortuna la distanza tra i due paesi, arroccati entrambi sulle verdi montagne della cordigliera, questa volta è più breve. Dopo mezz’ora siamo a destinazione.

A Santa Maria, città più trafficata dell’altra per via della sua posizione sull’autostrada principale, riusciamo a trovare un van (si, il solito modello) di un’agenzia che collabora con la nostra. L’autista sa della nostra disavventura e ci accoglie sul veicolo, facendoci accomodare sui due seggiolini, praticamente gli unici liberi visto l’orario, riservati a noi. Questa epopea interminabile sembra finalmente essere giunta al termine: tra tre ore saremo a Cusco. Provo a rilassarmi indossando le cuffie, ma il suono dello stereo sovrasta quello dei miei auricolari e così sono obbligato ad ascoltare quasi tutta la discografia di Daddy Yankee, artista apprezzato da queste parti, ma meno dal sottoscritto, specialmente dopo una giornata come questa. Dopo “La Gasolina”, riprodotta una cosa come sette volte, la versione extended di “Despacito”, come se la versione classica non fosse già troppo “extended” per i miei gusti; “Con Calma” (mica tanta visto cosa ho vissuto oggi) e altri brani tutti uguali e indistinguibili l’uno dall’altro, finalmente giungiamo a Cusco. È mezzanotte, siamo salvi. Dal reggaetton intendo. Comunque, ora dobbiamo cercare Ballo, sempre che sia sopravvissuto…

Le opzioni sono due: se è già arrivato, cosa molto probabile visto che è partito con quasi un’ora di anticipo rispetto a noi, sarà sicuramente in ostello; se invece deve ancora arrivare…Beh, probabilmente non ce l’ha fatta. Per fortuna è la prima, e lo scopriamo arrivando nella hall dell’alloggio, dove si sta riposando, per non dire dormendo, sulla poltrona alla destra del muro. Bene, sembrava impossibile, ma ce l’abbiamo fatta. Riusciamo a strappare un buon prezzo per una camera privata e ci addormentiamo appena le nostre schiene entrano in contatto con i materassi dei letti.

Ora posso veramente affermarlo: è stato il miglior giovedì della mia vita.

Buonanotte

10 pensieri riguardo “Rischiando la vita a Machu Picchu – giorno 17 (2)

    1. Si Machu Picchu è veramente incredibile, è una delle sette meraviglie del mondo e merita sicuramente una visita almeno una volta nella vita! Più avanti pubblicherò qualche informazione più pratica, su Machu Picchu e sul Perù… Si, chissà quando potremo tornare a viaggiare come prima…

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      1. Si in questo momento non possiamo fare altro che ripercorrere le esperienze vissute con la memoria…Speriamo di poter tornare presto alla normalità, e soprattutto a viaggiare 🙂 Bel Blog comunque, hai un sacco di post interessanti, complimenti

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      2. Infatti, ci troviamo un po’ tutti sulla stessa barca e speriamo di tornare presto a viaggiare, magari anche solo con qualche weekend fuori porta. Grazie mille dei complimenti, mi fa piacere che il mio blog ti sia piaciuto! Alle prossime allora! 😉

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    1. Ciao! Ti ringrazio molto, mi fa veramente piacere che sia riuscito a trasmettermi almeno un po’ delle mie emozioni in quei momenti. Si è un luogo da vedere, spero tu riesca a realizzare il sogno presto 🙂

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